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CAP. 8 |
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CAP.
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CAP.
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CAP.
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CAP.
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CAP.20 |
CAP.
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CAP.
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CAP.23
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CAP.
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| CAP.
25 |
CAP.
26 |
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| Due
vite parallele |
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| L'ESSERE
E L'APPARIRE |
di
Enrico Gilardoni |
CAPITOLO I
Giulio e Renato si salutarono con molta cordialità incontrandosi nei pressi della piazza principale della cittadina. Entrambi diciottenni e di bell'aspetto, si sentivano in quella mattina di fine luglio interiormente soddisfatti per quanto erano riusciti a realizzare. I due giovani avevano infatti ultimato con successo le scuole medie superiori: Giulio aveva conseguito la maturità classica presso il locale ed esclusivo liceo-ginnasio Mondragone retto dai padri gesuiti, Renato aveva ottenuto il diploma di ragioniere a conclusione del ciclo di studi iniziato cinque anni prima frequentando l'Istituto Tecnico Commerciale Duca degli Abruzzi di Roma.
Alla loro età ed in quegli anni appena successivi al tristissimo ed interminabile dopoguerra, si sentivano ambedue pervasi da una indicibile determinazione ad affermarsi. Volevano assolutamente evadere da quello stato di grigiore e di conseguente insoddisfazione che li affliggeva e che, anche se per diversi motivi, li vedeva contestualmente ed apparentemente solidali ma in realtà interiormente lontani l'uno dall'altro.
Giulio
e Renato erano amici di vecchia data. Erano cresciuti insieme e
si conoscevano fin dai tempi delle scuole elementari e medie
essendo stati compagni di classe per quasi tutti i primi
otto anni di studi. Abitavano inoltre abbastanza vicini in
una zona semiperiferica e piuttosto accogliente di Frascati,
considerata, al di là delle dispute di campanile, la più
rinomata cittadina dei Castelli Romani.
"Ti
offro un gelato" disse Giulio all'amico indirizzandosi verso
l'ingresso del bar-gelateria "Belvedere" in piazza
Roma, la più importante e panoramica della città, dando per
scontato che il suo amico avrebbe di buon grado accolto l'invito.
Renato
accettò volentieri, non tanto perché fosse particolarmente
goloso, ma perché quel gesto costituiva lo spunto per
trascorrere insieme quelle due ore circa che li dividevano dal
pranzo.
Avrebbero
così potuto chiacchierare a lungo e scambiarsi confidenze,
opinioni e orientamenti che ciascuno di loro aveva maturato
dentro di sé. Da un pò di tempo infatti non si erano più
incontrati a causa dei pressanti impegni determinati dagli esami
di diploma che li avevano tenuti occupati a tempo pieno. Nacque
così un'intensa conversazione che toccò i temi più svariati.
Com'è facile immaginare, fra gli altri argomenti prevalse quello
attinente agli sviluppi che il recente traguardo scolastico
raggiunto avrebbe loro offerto. In effetti ognuno dei due ribadì
all'altro gli stessi programmi che si erano più volte confidati.
Ora però potevano finalmente argomentare sulla scorta di un
diploma ufficialmente riconosciuto, che, per quel poco o
tanto che rappresentasse, era comunque una base di partenza sulla
quale far crescere le loro aspettative.
"Io"
iniziò Giulio "sono sempre più convinto della mia scelta:
intraprendere la carriera diplomatica deve essere entusiasmante.
Incontri internazionali, viaggi, feste, ricevimenti...... e poi
vuoi mettere: ti presenti come il consigliere diplomatico, il
console, l'ambasciatore..... senza dimenticare gli emolumenti
quanto mai appetibili". La non misconosciuta aspirazione
unita a una grande ambizione gli faceva galoppare la
fantasia ed intravedere i possibili traguardi tanto
desiderati.
"Caro
Giulio" rispose Renato "beato te, che viaggi nelle
altre sfere. Io mi contenterei di molto meno: un buon posto in
Banca con possibilità di sviluppi di carriera una volta
laureato. Anche là, dicono, gli alti gradi hanno buoni
stipendi.
Il
tenore delle loro chiacchiere e gli aspetti non secondari che
distinguevano le strade che ciascuno di loro aveva intenzione di
percorrere negli anni a venire, sia sul fronte accademico che in
quello del lavoro, rispecchiavano non solo la loro indole ma
soprattutto il diverso stile di vita, inteso nel significato più
ampio dell'accezione.
Giulio,
condividendo e forse volendo accentuare quel modo di fare e di
vivere che, se pur dissimulato, traspariva da alcuni
atteggiamenti della sua famiglia, era fermamente deciso a
perseguire una strada che lo ponesse nella fascia alta della
società.
Renato
era di tutt'altre vedute ed ovviamente i suoi programmi
divergevano sensibilmente da quelli del suo amico, sia per
effetto delle sue convinzioni che per una visione meno ambiziosa
della sua esistenza futura.
Come
ogni ragazzo che si affaccia alla vita stenta ad intravedere come
e quanto potrà realizzarsi nelle attività e nelle vicende che
lo vedranno protagonista, allo stesso modo ed a maggior ragione,
i nostri due giovani impostavano i loro progetti partendo da
presupposti ed esperienze poco attendibili.
La
loro generazione era stata infatti pesantemente condizionata da
un lungo ed infausto periodo di grandi affanni morali e materiali
prodotti da un catastrofico conflitto mondiale che aveva visto
per di più il nostro Paese uscire sconfitto da una guerra
disastrosa rifiutata sotto ogni aspetto dalla grande maggioranza
degli italiani.
La
loro data di nascita, che risaliva all'anno 1933, li aveva
ovviamente esclusi dalle vicende belliche vere e proprie, essi ne
avevano però subìto tutte le conseguenze e ne erano stati
direttamente condizionati. Non potevano quindi aver cognizione di
quanto fosse diverso vivere e lavorare in tempo di pace
partecipando al conseguente sviluppo economico e sociale.
Al
di là delle considerazioni a cui si è fatto cenno, il fermo
desiderio di Giulio di intraprendere la carriera diplomatica
traeva origine oltre che dal voler raggiungere quegli obiettivi a
cui teneva molto, anche perché suo padre, Pietro Consalvi, gli
aveva più volte descritto e magnificato quel particolare ed
affascinante ambiente in cui operano i diplomatici di tutto il
mondo.
Il
dottor Consalvi era infatti un funzionario del ministero degli
Esteri e, pur non appartenendo al Corpo Diplomatico, era comunque
quasi sempre in contatto con i diplomatici di carriera. Egli non
faceva mistero di invidiarli e, ritenendo di possedere le doti ed
il particolare aplomb, ne aveva acquisito lo stile che li
distingue.
Le
brillanti prospettive riservate a chi intraprende la carriera
diplomatica si sposavano inoltre perfettamente con il modo di
fare, più o meno artificioso, che Giulio e la sua famiglia
cercavano di interpretare con esiti non sempre opportuni.
Il
passaggio obbligato per tentare di raggiungere quel traguardo
ambizioso era costituito dal conseguimento della laurea in
Scienze Politiche e di conseguenza Giulio non aveva avuto alcuna
esitazione sulla scelta della facoltà universitaria a cui
iscriversi. Anche Renato per motivi diversi, ma che comunque
conducevano alle medesime conclusioni, riteneva opportuno
iscriversi all'università.
Contrariamente
al suo amico che aveva conseguito la maturità classica, titolo
che all'epoca[1] dava accesso a tutte le
facoltà universitarie, il diploma di ragioniere limitava
drasticamente la possibilità di iscriversi ad altre facoltà
universitarie al di fuori di quelle due o tre previste dalle
norme vigenti in quegli anni. A tutto ciò si aggiungeva la sua
intenzione di cercare di iniziare una qualsiasi attività
lavorativa che fosse in qualche modo compatibile con il corso di
studi che si accingeva d intraprendere, la cui frequenza non era
obbligatoria.
Questo
programma era progettato per conciliare tre esigenze che Renato
considerava primarie: la più immediata era costituita dalla
interiore voglia di fare che scaturiva dal suo prorompente
spirito di intraprendenza; la seconda discendeva dalla situazione
economica della sua famiglia, che era alimentata dal solo
stipendio di suo padre, il signor Antonio Morelli, cassiere
presso la locale Agenzia del Banco di S. Spirito. L'entità dei
guadagni di questo integerrimo impiegato non era da disprezzare ,
purtuttavia, non disponendo di altre entrate finanziarie,
l'intera famiglia di Renato, formata oltre che dai suoi genitori
anche da una sorella minore, era costretta a rispettare un
austero regime di vita. L'ultimo dei suoi propositi, ma non per
questo il meno importante, era rappresentato dall'obiettivo che
si era prefisso: il conseguimento della laurea in Scienze
Economiche e Commerciali, che, a prescindere dalle considerazioni
già espresse, egli riteneva fosse a lui congeniale.
In
sommi capi erano questi i concetti fondamentali che i due giovani
si erano ripetuti in circa due ore di conversazione.
Nel
salutarsi, con l'intesa di vedersi di nuovo al più presto, si
augurarono a vicenda di riuscire a concretizzare i loro progetti.
Ciascuno
dei due era ben consapevole di essersi prefisso un traguardo
ambizioso, peraltro il loro intimo desiderio di migliorare la
propria posizione li spingeva a far ricorso a tutte le risorse
che ognuno dei due riteneva di possedere.
Giulio
faceva affidamento oltre che nelle sue indubbie qualità
intellettive anche sul concreto sostegno che la sua famiglia, tra
le più in vista della piazza, gli avrebbe potuto fornire.
Infatti,
come avviene in tutte le città di provincia e più ancora nei
centri minori che ne fanno parte, dove tutti sanno tutto di
tutti, si instaura spontaneamente una specie di scala gerarchica
fra le famiglie più in vista. Di norma l'entità del patrimonio
immobiliare posseduto o una attività imprenditoriale
gestita con successo pongono i titolari di queste fortune ai
primi posti di questa immaginaria classifica non scritta o resa
pubblica sulle pagine delle cronache locali, ma di fatto
imperante e rispettata da tutti.
Rovesci
finanziari, affari andati male o altre disavventure che intaccano
sensibilmente l'ammontare delle disponibilità sono subito
recepite ed immediatamente le relative graduatorie vengono
aggiornate. In sostanza nel microcosmo di Frascati si ripeteva di
fatto quanto avviene a livello nazionale o internazionale, dove
centri di studio specializzati analizzano o certificano i bilanci
delle più grandi Società industriali o finanziarie e sulla
scorta delle varie performances stilano classifiche e graduatorie
che possono addirittura influenzare l'andamento delle Borse
nazionali ed internazionali.
Il
posto assegnato in questa ipotetica classifica locale che assegna
l'ordine di precedenza dei partecipanti non tiene conto soltanto
delle disponibilità economiche; il livello culturale, la
professione esercitata, l'essere introdotto negli ambienti che
contano, sono altrettante chances che hanno il loro peso e che
quindi vanno opportunamente valutate di volta in volta.
Sulla
base di quanto descritto, i signori Consalvi, nella ristretta
cerchia della Frascati-bene, non erano certo gli ultimi arrivati.
La loro posizione invero non era molto valorizzata dal posto di
lavoro ricoperto dal capofamiglia al Ministero degli Esteri,
quanto invece dalle non indifferenti proprietà terriere che il
padre del dott. Consalvi possedeva nelle campagne di vari paesi
dei Castelli romani. Si trattava per la gran parte di vigneti che
ormai da alcune generazioni davano più o meno abbondanti
raccolti e conseguenti entrate. Il nonno di Giulio aveva
ereditato dai suoi queste proprietà e, avendole sapute gestire
con oculatezza, le aveva ulteriormente valorizzate, acquistando
altri appezzamenti sui quali aveva impiantato fiorenti vigneti
che producevano uva particolarmente ricercata per la produzione
del famoso vino di qualità rinomata.
Con
questi abbondati proventi e seguendo anche i suggerimenti di suo
figlio che aveva consigliato di frazionare i rischi per essere in
grado di far fronte a sempre potenziali avversità, si era fatto
costruire su un'area di sua proprietà, situata nelle immediate
vicinanze del centro della cittadina, due palazzine i cui
appartamenti erano abitati da lui stesso e dai suoi due figli,
mentre tutti gli altri erano stati affittati a terzi. Come è
facile immaginare, anche il padre di Giulio godeva
indirettamente di parte di questo benessere. A tutto ciò si
doveva aggiungere che anche sua moglie, la signora Mariangela,
apparteneva ad una famiglia benestante che, quasi in gara con
quella dei consuoceri, non perdeva occasione per migliorare il
tenore di vita della famiglia di Giulio, il quale, come tutti i
nipoti, approfittava della benevolenza dei nonni.
La
posizione di Renato era molto diversa rispetto a quella del suo
amico. Innanzitutto lui e i suoi genitori non erano nati a
Frascati; la loro permanenza nella città risaliva al 1939,
quando il Banco di S. Spirito ritenne opportuno aprire una
Agenzia in questa Piazza. In quell'occasione fu proposto a suo
padre, giovane dipendente della Banca, di trasferirsi nella nuova
sede. Fu così che da Civitavecchia il signor Morelli ed i suoi
approdarono a Frascati dove si stabilirono definitivamente.
Il
fatto stesso di non essere frascatani di nascita rappresentava un
handicap, almeno a quei tempi. Renato avvertiva un indefinibile
senso di diffidenza nei suoi confronti nel frequentare amici e
compagni di scuola.
In
secondo luogo, il confronto fra le disponibilità economiche e la
posizione sociale delle due famiglie era del tutto improponibile.
Non che a casa dei signori Morelli mancasse il necessario o
dovessero addirittura rinunciare a qualcosa di essenziale, il
loro tenore di vita era certo più che accettabile. Non c'era
però traccia dell'importante patrimonio di proprietà dei
signori Consalvi e quindi dei relativi abbondanti benefici che ne
derivavano.
Il
padre di Renato era soltanto riuscito, non senza qualche
sacrificio, a comprare l'appartamento dove abitavano grazie ad un
prestito a tasso agevolato concessogli dalla Banca dove prestava
servizio.
Né
il censo né il nome potevano quindi agevolare Renato nei suoi
progetti. Tutto ciò peraltro non lo scoraggiava. Quasi quasi la
sua posizione, meno fortunata rispetto a quella del suo amico,
gli era di stimolo per impegnarsi ancora di più per
raggiungere gli obiettivi che si era dato e non sfigurare nei
confronti di Giulio.
Il
periodo feriale era alle porte per tutti. L'aria di vacanza
aveva contagiato anche i due giovani abituati da sempre a godere
di ben più lunghi periodi di svago previsti dal calendario
scolastico. Quell'anno a causa degli esami di diploma anch'essi
avevano dovuto accorciare la durata del loro riposo ed avevano
capito che da lì in avanti i tre mesi e passa di vacanze degli
anni precedenti sarebbero rimasti un piacevole ricordo della
prima giovinezza. La circostanza non li avvilì più di
tanto e con la spensieratezza dei diciottenni si immersero con
entusiasmo insieme ai propri amici nelle più disparate
iniziative che solo i ragazzi sanno organizzare.
Ai
primi di settembre Renato tornò a Frascati dopo aver passato una
quindicina di giorni al mare nei pressi di Civitavecchia. Giulio
era stato anch'egli al mare ma in una località molto più
accogliente: San Felice Circeo. Al suo ritorno lo aspettava un
viaggio nell'Italia del nord e non aveva escluso la possibilità
di arrivare anche in Francia se suo padre, che lo avrebbe
accompagnato unitamente a sua madre, avesse potuto ottenere dal
Ministero un permesso sufficientemente lungo per raggiungere
Parigi.
Il
dottor Consalvi, quasi per deformazione professionale, aveva
dotato di passaporto tutti i membri della sua famiglia e quindi
sotto questo aspetto non sussistevano impedimenti[2].
Mentre Giulio proseguiva le sue vacanze partecipando con i suoi a
questo viaggio di piacere, Renato cercava di mettere in pratica i
progetti più volte accarezzati.
L'iscrizione
all'università costituiva un adempimento burocratico che svolse
senza difficoltà. L'aver frequentato per cinque anni una scuola
di Roma lo aveva abituato ad affrontare il quotidiano viaggio in
treno di andata e ritorno. Come tutti i pendolari sapeva di dover
pagare questo pedaggio obbligato e quindi si era organizzato,
come tanti altri, per utilizzare al meglio questo spazio di tempo
che comunque doveva sacrificare per raggiungere la capitale.
Aveva avuto modo anche di conoscere una parte della città e si
muoveva con totale disinvoltura per le strade e nell'ambiente
romano.
L'intenzione
di trovare un lavoro, anche a tempo parziale, che lo potesse
affrancare dalla dipendenza economica paterna, era prioritaria;
egli si stava dando da fare in tal senso senza perdere di vista
eventuali opportunità che si fossero presentate per riuscire ad
ottenere un'occupazione permanente. In questo caso sapeva bene
che gli studi universitari ne avrebbero sofferto. A suo parere
però il giogo valeva la candela!
Un
primo ostacolo freddò subito i suoi entusiasmi. Nel leggere sui
giornali le offerte di lavoro o le pubblicazioni dei bandi di
concorso per le assunzioni previste da varie Amministrazioni
Pubbliche o da Aziende private, apprese che sistematicamente, fra
gli altri requisiti, veniva richiesta l'attestazione di essere
"militesente", ossia di aver assolto gli obblighi
militari di leva o di esserne esentato.
Questo
impedimento lo poneva davanti a un bivio: fare subito il servizio
militare oppure rimandarlo a dopo aver conseguito la laurea o
comunque al compimento del ventiseiesimo anno di età, termine
ultimo consentito. Il problema non era di facile soluzione.
Assolvere subito l'obbligo significava rimandare di parecchio
tempo i progetti che intendeva realizzare; differire nel tempo la
chiamata alle armi equivaleva a lasciarsi pendere sul capo questa
specie di spada di Damocle.
In
realtà una terza alternativa gli lasciava un'ulteriore
possibilità: Renato non aveva ancora 19 anni e quindi,
anche se non avesse chiesto il rinvio per motivi di studio, non
sarebbe stato chiamato se non al compimento del ventesimo anno,
secondo gli scaglioni previsti dal ministero della Difesa, a meno
che lui stesso non avesse fatto domanda per fare subito il
militare e togliersi così questo impedimento che lo condizionava
un pò su tutti i fronti.
Egli
cercò di valutare obiettivamente ogni aspetto ed alla fine
decise di non accelerare la chiamata ma anche di non chiedere il
rinvio.
In
quell'anno e mezzo che lo divideva dalla presumibile data di
inizio del servizio di leva, si sarebbe dedicato all'università
ed a svolgere lavori più o meno precari o a partecipare a
eventuali concorsi che non richiedessero la clausola
"militesente".
[1]
Negli anni '50 l'iscrizione a molte facoltà universitarie era
precluso a chi non aveva una cultura umanistica.
[2] A quell'epoca infatti le frontiere europee non erano superabili con il solo documento d'identità come ai nostri giorni.